Approfondimenti

La regola del coinquilino di fisica. Teatro, partecipazione e pubblico

By 3 Maggio 2017 Agosto 6th, 2019 No Comments

BAM! intervista Nicola Borghesi di Kepler-452

Negli ultimi anni BAM! ha osservato (e ogni tanto accompagnato) il cambiamento del settore culturale italiano e dei suoi rapporti col pubblico: uso dei social media, esperimenti di coinvolgimento, pratiche di community building. Poi nel 2014 l’audience development, inteso come miglioramento delle relazioni col fruitore culturale a 360 gradi, è diventato una priorità delle politiche europee. Un passaggio decisivo: all’improvviso ci siamo scoperti tutti sviluppatori di pubblici, anche senza aver ben capito cosa volesse dire. Come al solito costruire scatole e etichette è il primo passo per svuotarle di significato: si corre il rischio che dire che si fa diventi più importante di farlo.

Per questo ci siamo dati un obiettivo: trovare e raccontare progetti che mettono il pubblico al centro, al di là di ogni retorica progettuale, semplicemente accorciando le distanze tra produzione culturale e destinatario, o abbattendo steccati tra luoghi deputati alla cultura e città, quartieri e territori. Storie di gente che non ha sentito il bisogno di sviluppare il pubblico perché ha sempre pensato che il pubblico sia sviluppato così com’è. E che sia la cultura a dover cambiare, e svilupparsi, per andargli incontro.

Ad esempio, da tre anni a questa parte a Bologna c’è un festival di teatro che riesce a incolonnare, davanti alla porta di un oratorio barocco, file di ventenni, universitari, bolognesi e fuorisede. Si chiama Festival 20 30, lo organizza la compagnia Kepler-452 e lo promuove la Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna. Ci siamo appassionati al caso.

BAM! > Nicola Borghesi, direttore artistico di Festival 20 30: come hai fatto?

Nicola > Ho sentito un’esigenza. A Bologna non esisteva una stagione o un’offerta teatrale che fosse nè per adulti nè per ragazzi, bensì per adultolescenti, per giovani adulti insomma. A Roma ad esempio c’è, la fa Dominio Pubblico. Ho visto delle mancanze, degli spazi aperti.

BAM! > Ma questo è un ragionamento di target, quasi di marketing. Si può dire?

Nicola > Sì, ma mi sono solo guardato intorno. Il teatro oggi non copre quella fascia. I miei amici tra i 20 e i 30 anni vanno molto volentieri ai concerti, vanno alle mostre, molti leggono – un po’ – o sono appassionati di fumetti. Possono passare serate intere a discutere di quel plot twist di Breaking Bad. E allora perché il teatro no? Perché il mio amico Lodo Guenzi (Lo Stato Sociale, ndr) uscito da un’accademia di teatro ha scelto di fare la popstar, mentre io giravo per sale vuote o piene di anziani? Perché lui ha trovato un rito di condivisione con un pubblico enorme, passando in tempo brevissimo dal localino al Forum di Assago, e perché il teatro non ce la fa?

BAM! > E tu come speri di finirci, al Forum? Da dove hai cominciato?

Nicola > All’inizio è stata una questione di linguaggio. Mi sono fatto spiegare dallo Stato Sociale come si usano i social network. Una comunicazione che non ha paura di usare le stesse parole che avresti trovato nei post su Facebook dei tuoi amici. Régaz e birrette.

BAM! > Però così sembri farne solo una questione di comunicazione. Se il primo festival lo fai a suon di birrette su Facebook, dal secondo come te la metti?

Nicola > Dal secondo, i régaz entrano in scena. Io venivo da un mondo, quello del teatro di ricerca, che per creare il capolavoro si chiudeva in sala prove. Mentre io sentivo il bisogno di aprire tutto. Dei giovani ci viene raccontato solo quello che non fanno: non lavorano, non studiano. Ma non sappiamo cosa fanno. Allora convochiamoli e chiediamo a loro, di loro: facciamo entrare in scena fisicamente, ma anche metaforicamente, la generazione che non è in scena. Quella generazione che, anche quando è protagonista di un serrato e accorato dibattito, non viene mai chiamata in causa.

BAM! > Ok, ma stiamo sul tecnico: dal secondo anno cosa è successo?

Nicola > Un gruppo di ragazzi si è appassionato ai laboratori del festival: è stato naturale per me condividergli la cosa più importante, cioè il potere di scegliere gli spettacoli, la direzione artistica. Così è nato il Bando Avanguardie 20 30: ho scritto una mail a 60 persone dicendo loro che potevano visionare e scegliere con me gli spettacoli. Hanno risposto in una ventina, che hanno scelto cose bellissime, spettacoli che in questo modo hanno avuto una legittimazione ulteriore e che dopo il nostro festival hanno avuto un successo notevole.

BAM! > Che regole vi siete dati?

Nicola > Abbiamo stabilito un criterio tipo, quello del “coinquilino di fisica”: devi scegliere uno spettacolo a cui, se portassi quel tuo amico che fa una cosa distantissima dalla tua e che a teatro non ci andrebbe mai…non si romperebbe i coglioni. Vedi, il punto è fermare l’emorragia di potenziale pubblico. Le domande a chi ti rivolgi e a chi sto parlando sono il grande rimosso dell’organizzazione culturale italiana. Per questo dobbiamo trovare qualcosa che sia immediatamente comprensibile, anche per il coinquilino che studia fisica.

BAM! > La chiave quindi è l’immediatezza?

Nicola > No, immediatezza non è una parola che amo. La spontaneità è una delle grandi truffe del nostro tempo. Una forma di mediazione deve esserci, sempre. La truffa dell’immediatezza è la busta che separa la madre e il figlio che non si vedono da una vita, con tutti intorno che piangono. Quella è pornografia, non è narrazione.

BAM! > A proposito di mediazione e partecipazione: qualche settimana fa qui a Bologna abbiamo visto insieme Domini Public di Roger Bernat…

Nicola > In Bernat c’è un apparato di mediazione pazzesca. Le sue domande continue ti impongono una mediazione tra sfera privata e sfera pubblica, da compiere in pochissimi secondi: una scelta da fare davanti a tutti. Non per niente si chiama Domini Public.

BAM! > E parlando di modelli: i Rimini Protokoll?

Nicola > Loro sono molto più scientifici, hanno la fissa dei numeri. 100% l’ho visto e rivisto, a pezzi, in video. L’idea di mediazione in quel caso è quella di dare un volto ai numeri. Si parte dall’assunto di Stalin: “un milione di morti è un numero, un morto è una tragedia”.

BAM! > Comizi d’Amore, il progetto che state preparando per il 23, 24 e 25 maggio al Laboratorio San Filippo Neri e che BAM! sta raccontando insieme a voi, parte dalle domande di Pasolini per attraversare la città: un “reportage teatrale” che investiga tre diverse comunità. Un progetto complesso: come si lavora qui sull’immediatezza?

Nicola > Nei Comizi rinunciamo alla mediazione di un testo teatrale e tentiamo di mettere in scena direttamente la realtà, magnificandola. Poi per fare in modo che non sia una nuda rappresentazione entrano in gioco il pensiero e gli strumenti di analisi di ciascuno. Per me ad esempio sono l’ordinata di Marx e l’ascissa di Freud. Ma un altro dei registi selezionati per il progetto è dottorato in statistica: ha altri strumenti. Rifletteremo sull’identità cercando di stabilirne un principio ordinatore. Un principio che al momento non conosciamo: lo scopriremo durante la ricerca, appena cominciata.

BAM! > E sul pubblico, questo che effetti ha?

Nicola > Ho letto un post di Natalino Balasso che diceva che ormai in Italia a teatro si fa solo roba brutta oppure del teatro partecipato a cui vai perché sul palco c’è tua zia. Mi ha fatto molto ridere. Ma è vero, e io il principio della zia lo salvo: è un metodo, quanto meno. In generale lavorare su comunità esistenti produce il riconoscimento di una comunità verso se stessa, e questa cosa in una comunità piccola è potentissima. Come compagnia il nostro prodotto più incredibile è stato l’episodio de La Rivoluzione è Facile Se Sai con Chi Farla a Fabbrico. 6000 anime alle porte di Reggio Emilia impregnate di politica, di civiltà: un tessuto sociale che tiene, in cui però tutti si guardano senza vedersi. È finita con una “manifestazione senza ragione”, in cui un nucleo importante della comunità, 300 su 6000, è scesa in piazza solo per il senso del manifestare.

BAM! > Nel tuo ragionamento pubblico e comunità coincidono: non può succedere sempre.

Nicola > Vero. Ma nella comunità grande posso mostrare dei casi di cambiamento, in cui ci si possa identificare, e usarli come motore per far uscire la gente di casa e farla venire a teatro. Credo che a teatro si dovrebbe andare per sapere una cosa, che forse sapresti lo stesso, ma magari così la sai in modo… artistico. Ipotesi: se il conflitto sul degrado fosse un dibattito sulla sessualità? Se la lotta tra sonno e rumore in Piazza Verdi fosse in realtà un conflitto tra sesso e astinenza? Lo possiamo trovare ogni tanto un piano verticale alla realtà? Ecco, per me il lavoro sul pubblico è questo: far venire le persone a teatro perché trovino una versione alternativa di cose che conoscono, una lettura magnificata e mediata di cose che sanno, di cui sono al centro.

 

Qualche settimana dopo questa intervista abbiamo incontrato nuovamente Nicola, insieme ai gruppi di attori e registi al lavoro sui Comizi D’amore, nella ‘casa’ di Andrea Amaducci a Ferrara. Cliccando su questo link potete rivedere un’oretta di chiacchiere sul teatro e sulla partecipazione.