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Ospiti dal Polo del ‘900 di Torino: 3 domande ad Alessandro Bollo

By 12 Marzo 2018 Agosto 5th, 2019 No Comments

Torniamo a parlare di network di organizzazioni culturali. Lo facciamo insieme ad Alessandro Bollo, direttore Polo del ‘900 di Torino: un centro culturale di oltre 8.000 mq di superficie che ospita un museo, una mostra permanente e una biblioteca.

E poi, due sale lettura, uno spazio polivalente per eventi, mostre temporanee e performance, aule per la didattica, sale conferenze, un minicinema, 300.000 monografie, 28.000 audiovisivi, 127.600 fotografie… Abbiamo incontrato Alessandro lo scorso febbraio a Roma, alla giornata di studio sulla Web Strategy Museale, organizzata da ICOM e MiBACT durante la quale siamo stati invitati a intervenire, rispettivamente, ai tavoli dedicati ai temi di Target e profilature e di Monitoraggio. Ne abbiamo approfittato per fargli le 3 domande che seguono e che ci riportano su tematiche già affrontate con altri protagonisti del settore culturale italiano, nella nostra rubrica “Ospiti“: pubblico, non pubblico, analisi, strategia, comunicazione, open data…

Il Polo  del ‘900 è un enorme patrimonio di materiali di approfondimento: come fate a comunicarne le potenzialità al pubblico? Come si insegna ai cittadini e alle istituzioni cittadine a farne un uso il più corretto e utile possibile?

Il Polo del ‘900 è, innanzitutto, un luogo fisico, aperto sette giorni la settimana per tutto l’anno, che ospita e rende accessibili gli straordinari patrimoni di 19 istituti culturali torinesi, grazie anche al lavoro di archivisti e bibliotecari appassionati e competenti. Da pochi mesi abbiamo lanciato anche una piattaforma – 9centRo – pensata per rendere disponibile e facilmente fruibile in formato digitale una buona parte di quel patrimonio. Il design dell’interfaccia molto intuitivo e user friendly è stato pensato per avvicinare ai contenuti dell’archivio anche i non specialisti; penso agli insegnanti e alle scolaresche, ma anche a tutti coloro che per curiosità e interesse intendono avvicinarsi e scoprire la Storia e le storie del Novecento. Rendere accessibile in termini fisici e digitali il proprio patrimonio è un primo importantissimo passo. Si tratta di una condizione necessaria, ma non del tutto sufficiente se vogliamo davvero coinvolgere in modo consapevole i cittadini e le istituzioni. Per questo stiamo anche progettando e sperimentando un ventaglio di progetti di didattica e di divulgazione pensati per sensibilizzare all’uso critico delle fonti e per sviluppare competenze di lettura, decodifica e progettazione di contenuti storici che siano scientificamente validi.

Open data per la cultura: Torino è stata la città che in Italia ha aperto la strada, con l’esperienza di Fondazione Torino Musei… Pensi che la messa a disposizione di dati aperti agli utenti abbia portato dei risultati nel tempo? Sappiamo cosa fare di tutti questi dati? Al polo del ‘900 che filosofia adottate in proposito?

Torino spesso è stata un avamposto avanzato di sperimentazione nell’ambito dell’innovazione culturale e questo è avvenuto anche con l’esperienza degli Open data culturali della Fondazione Torino Musei. Nel caso specifico penso che quell’operazione abbia avuto il merito di accendere i riflettori su un ambito in cui regnava molta confusione e di attivare una riflessione tra gli addetti ai lavori. Al contempo, però, rendere i dati accessibili non significa automaticamente abilitare comportamenti d’uso attivi o generare opportunità di ricerca e di business. Come dicevo prima riferendomi a “9centRo” occorre sviluppare ulteriori azioni e progetti per facilitare l’accesso, l’uso e l’interpretazione dei dati aperti.

Dall’analisi dei dati raccolti con il sondaggio nazionale svolta dal gruppo di ricerca Digital Cultural Heritage, presentato il 9 febbraio scorso a Roma, sono emersi alcuni dati interessanti: più del 70% dei musei rispondenti ha dichiarato di avere una web strategy e delle linee guida redazionali ma è anche emerso che la maggior parte di essi non svolge un’analisi dei pubblici e non tiene conto della differenziazione dei target. C’è moltissimo lavoro da fare! Al Polo del ‘900 da dove partite per pianificare le attività e di conseguenza strutturarne la comunicazione? 

Sì, la ricerca è sicuramente interessante perché evidenzia ancora molti punti di ritardo e di criticità dell’approccio del sistema museale italiano al digitale. Per affrontare il tema del pubblico in termini strategici (dal punto di vista dell’audience development e del digital engagement) occorre inevitabilmente dotarsi di competenze adeguate, ripensare se possibile l’organizzazione e investire. Al Polo del ‘900, pur non potendo disporre di grandi budget di comunicazione, abbiamo deciso di puntare molto sull’organizzazione e sulle persone. In pianta organica abbiamo, infatti, inserito una persona che si occupa esclusivamente di monitoraggio, di analisi e di servizi al pubblico (offline e online) e abbiamo un responsabile per le attività di valorizzazione e di audience development che ha il compito di lavorare con gli archivisti, i bibliotecari, i curatori e chi si occupa di didattica per inculcare una mentalità audience-centric in ogni progetto che realizziamo. Abbiamo, infine, 4 persone che si occupano di tutti gli aspetti della comunicazione digitale e non coordinati dal gruppo di lavoro di Betwyll che ci sta dando una grande mano a ripensare l’identità e il funzionamento dei nostri canali Internet e social.

 

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