Rijksstudio e la missione pubblica del museo

Tra gli ospiti di Wikimuseums siamo particolarmente emozionati all’idea di avere Peter Gorgels a raccontare dal vivo il progetto Rijkstudio. Non vogliamo rovinare la meraviglia della sua presentazione, e per prepararvi vi invitiamo semplicemente a perdervi dentro il Rijksstudio stesso: 200mila opere da osservare nei minimi dettagli e fare vostre nel modo più creativo possibile.

Ne approfittiamo per un pensierino su come stiano cambiando la funzione pubblica del museo, la sua mission e la sua stessa autonomia: un dibattito che questo progetto olandese ha contribuito a spostare più in alto di un gradino, dalla sua comparsa nel 2012.

Come ci spiegherà Peter, la mission della strategia digitale del Rijks è collegare l’arte e le persone. Rijksstudio è prima di tutto lo sviluppo di questa semplice idea, fino alle sue più estreme conseguenze. Detta così, potrebbe sembrare solo un mezzo per raggiungere un fine (hai detto niente: un mezzo incredibilmente efficace per una mission spaventosamente alta), ma c’è di più.

Rijksstudio ha inventato un modello senza rivali di autonomia e di forza dell’istituzione culturale. Il rapporto personalissimo di ri-creazione che ogni fruitore instaura con l’opera vive all’interno di confini e di regole stabiliti dall’istituzione: come in ogni buon crowd-sourcing, tu giochi, ma io disegno il campo.

Quel campo così definito è il nuovo spazio pubblico del museo contemporaneo. Uno spazio allargato, nel quale il pubblico è invitato a sviluppare relazioni con oggetti diversi: collezioni, spazi, eventi, immagini. Il museo, di conseguenza, trova una nuova funzione pubblica nel farsi garante e custode di questo terreno di interazione.

Da questa presa di coscienza alla costruzione di una nuova mission, il passo è breve: qualcuno ad esempio potrebbe concluderne che oggi un’istituzione può garantire la natura autenticamente pubblica delle sue collezioni solo condividendone le immagini in modo libero e gratuito al più alto numero di persone possibile e garantendo che questo scambio avvenga per tutti in modo orizzontale e democratico.

Da questo punto di vista non può esserci delega: intermediari, fornitori di altissime tecnologie, costruttori di portali, virtualizzatori di mostre, sviluppatori di app a pagamento: sono tutti benvenuti, a patto che giochino anche loro in quel campo riconosciuto in cui è il museo a tenere ferma la barra della divulgazione.

In questo senso il settore museale italiano deve ancora (e può) imparare la lezione del Rijkstudio: la questione non è neppure costruire dei contenuti, ma sovrintendere a una relazione.

Un museo pubblico oggi deve dirci: il campo è libero. Ed è mio. Ed è tuo.

A quel punto si entra per forza: che sia un sito web o una villa neoclassica sul lungomare di Napoli.

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