3 giorni a Berlino con chi opera nella cultura per confrontarsi sulla partecipazione culturale giovanile
Dal 21 al 23 maggio 2025 negli spazi di Theather Strahl a Berlino, si è tenuta la quinta edizione della conferenza biennale “Connected Audience Conference 2025” organizzata dall’istituto di ricerca indipendente IKTf [Institut für Kulturelle Teilhabeforschung], insieme a una rete internazionale di partner.
Un programma intensivo con l’imbarazzo della scelta: 9 sessioni parallele, 14 Workshop, momenti plenari e quasi 80 speaker provenienti da 17 diversi paesi. Tutto costruito intorno alla domanda: come rendere la partecipazione culturale giovanile più autentica, efficace e sostenibile?
Qui condividiamo tre spunti che ci hanno colpito e che vogliamo portare a casa con noi.
1. Non esistono “I giovani”
Parlare di giovani come categoria unica è un errore concettuale e strategico.
Quante volte abbiamo visto, letto o sentito le parole partecipazione, giovani e cultura accostate come se fossero un trio inscindibile? La partecipazione culturale dei giovani è ormai un tema ricorrente, quasi una parola d’ordine, sempre più presente nei discorsi delle istituzioni culturali. Da anni – forse da sempre – si parla del desiderio di coinvolgere “i giovani”, percepiti come i grandi assenti tra spettatori, visitatori e partecipanti ai programmi culturali.
Ma ha davvero senso parlare de “i giovani”* come se fossero un blocco unico e omogeneo? Chi sono, davvero, questi “giovani”? È da qui che è iniziata la conferenza, con il keynote “There is no such thing as ‘THE’ Young People” che ha messo in discussione una visione spesso generica e semplificata, sottolineando l’urgenza di riconoscere la pluralità che si cela dietro a quella parola apparentemente semplice. Per coinvolgere davvero le nuove generazioni, serve conoscerle, ascoltarle e comprendere le loro specificità adottando strumenti di analisi dei pubblici e segmentazione continua dei target.
Segmentare non significa incasellare, ma riconoscere che i gruppi evolvono e cambiano, così come i codici culturali di riferimento. L’analisi una tantum non basta: serve un approccio dinamico e reiterato.
*peraltro in italiano accompagnata quasi sempre dal maschile sovraesteso, invece di ricorrere a formule di linguaggio ampio
2. Partecipazione = potere condiviso
Dalla retorica della partecipazione alla co-governance.
Tra interventi, presentazioni e workshop abbiamo approfondito numerosi casi studio che mettono in discussione la tradizionale relazione mittente-destinatario. Quando parliamo di esperienze condivise, siano esse percorsi partecipativi o di co-design, è essenziale operare tenendo conto dei processi decisionali, delle gerarchie e delle mission istituzionali. Sono i modelli di co-governance e progettazione condivisa a garantire la “vera” partecipazione.
Proviamo ad approfondire questo concetto proprio per mezzo di esempi illuminati: esperienze come Takeover Festival di Baden-Baden, in cui giovani curatorə affiancano artistə e istituzioni nel costruire un festival comune condividendo le responsabilità a tutti i livelli, o UFO – Junge Oper Urban della Deutsche Oper am Rhein, che porta l’opera fuori dai suoi spazi per incontrare i quartieri.
Un altro caso emblematico è Be Resilient alla National Gallery of Ireland, dove un gruppo di giovani tra i 16 e i 25 anni ha dato vita a un board partecipativo, divenuto nel tempo un processo aperto, flessibile e senza vincoli temporali.
Aprirsi all’ascolto, aprire le porte del museo, della biblioteca, del teatro, non è più sufficiente perché non significa automaticamente condividere il potere. Essere trasparenti nei processi e dimostrare reale interesse a spartire il potere con le giovani generazioni superando tokenismo* e performatività è la chiave per dimostrare fiducia e investimento nei loro confronti.
*il tokenismo possiamo considerarlo una sorta di discriminazione velata, Wikipedia definisce questo termine come uno sforzo superficiale e simbolico per essere inclusivi nei confronti di gruppi minoritari, in particolare reclutando persone provenienti da gruppi sottorappresentati al fine di dare l’apparenza di uguaglianza
3. Non solo numeri
Impatti e sostenibilità della partecipazione
Le organizzazioni e istituzioni culturali devono dunque passare dal perseguimento di obiettivi astratti e – spesso – “di facciata” alla creazione di valore per pubblici giovani, sostenendo attivamente interessi e bisogni di questi ultimi.
Solo così è possibile trasformare le iniziative “one shot” in relazioni durature e strutturali. Ma come si misura tutto questo? Cosa determina il successo di un processo partecipativo?
Forse dovremmo smettere di parlare solo di numeri della partecipazione e iniziare a raccontare le storie in un altro modo. Perché conta di più la qualità del coinvolgimento, quanto è duratura (sostenibile nel tempo) la connessione che si è creata con i giovani. Contano i meccanismi e gli approcci che sostengono quella relazione. Conta la voglia di mettersi in gioco, da entrambe le parti e di collaborare in modo diverso, imparando e disimparando dai progetti in essere.
Siamo pronti, come istituzioni e come individui, a trasformarci – negli obiettivi, nei processi, nella programmazione – e farci trasformare dallə giovani che vogliamo includere?
Who’s in the room?
Le tre giornate a Berlino ci hanno permesso di conoscere realtà internazionali che si sono raccontate in modo obiettivo, evidenziando tanto i successi quanto le difficoltà nel lavorare con le nuove generazioni. Questo ha creato uno spazio di confronto autentico, da cui torniamo con nuove domande, idee e stimoli.
Ci portiamo a casa una provocazione, lanciata in plenaria: Who is in the room when this conversation happen? Una domanda fondamentale per riflettere sui nostri processi interni, sui nostri team, sulle nostre scelte progettuali.
Credits foto: IKTf/Janosch Weiss



