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Mettere una luce sullo spettatore: BAM! incontra Francesca Pennini

By 26 Ottobre 2020 No Comments

In occasione dell’ultima edizione di Gender Bender – International Festival, BAM! ha intervistato Francesca Pennini.

Danzatrice e coreografa, Francesca Pennini nel 2007 ha fondato e assunto la direzione artistica del CollettivO CineticO, gruppo pluripremiato (UBU 2017, Hystrio Iceberg 2016) che coinvolge oltre 50 artisti provenienti dalle arti performative.

In questa intervista, realizzata da Massimo Finistrella per BAM!, Francesca Pennini ha condiviso alcune riflessioni su temi quali la relazione con gli spettatori, il ruolo delle istituzioni culturali e l’impatto del digitale sullo spettacolo dal vivo.

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Innanzitutto partiamo dallo spettacolo che ci ha permesso questo incontro al Gender Bender, cosa dobbiamo aspettarci da Dialogo Terzo in a Landscape?

Questo spettacolo è a tutti gli effetti un ibrido nato dalla volontà di mescolarsi con altri, con altri segni, con altri modi di lavorare, e ospitare sui nostri corpi questi segni. È un regalo che volevo farmi quello di collaborare con delle persone di cui ho tantissima stima e con cui c’è anche una forte amicizia. Da tanto tempo ci aspettiamo con Alessandro Sciarroni.

L’idea di fondo è nata in Alessandro pensando di lavorare con noi ed è legata a un oggetto che voleva esplorare. Il percorso è stato sviluppato attraverso una grande osservazione, lui è un grandissimo osservatore. Non premeditazione quindi ma permeabilità rispetto quello che eravamo noi come danzatori e artisti, è un lavoro nato da un percorso insieme, noi ci mettiamo a totale disposizione come interpreti mentre Alessandro è il regista. Si chiama In A Landscape come il brano di John Cage. Funziona un po’ come una meditazione, sia per chi è in scena sia per chi è fuori. È un’esperienza fare questa performance, ogni volta, molto intensa e con un’energia diversa da quella “cinetica”.

 

Il coinvolgimento del pubblico è stato sempre un aspetto centrale della vostra riflessione artistica se pensiamo a opere come 10 miniballetti in cui fisicamente veniva esplorato il rapporto di vicinanza/distanza con gli spettatori o ad Amleto con l’ideazione dell’applausometro. Quando avete capito che fosse arrivato il momento di coinvolgere il pubblico in maniera più attiva nei vostri spettacoli? Cosa vi ha fatto scattare questa necessità?

Per me è sempre stata una necessità molto forte quella di mettere una luce sullo spettatore. Delle volte è mettere uno specchio davanti allo spettatore quindi rendere evidente allo spettatore stesso la sua presenza, l’importanza della qualità della sua attenzione, del suo pensiero e delle sue scelte. In altri casi è un pensarlo senza coinvolgerlo direttamente ma rimane sempre un soggetto super attivo durante la fase di creazione, quasi come se la performance stessa fosse uno strumento per indagare e conoscere lo spettatore che ho dall’altra parte.

Questo meccanismo di permeabilità, cioè il fatto che la performance dal vivo reagisce per forza allo sguardo che c’è dall’altro lato è un paradigma molto forte, lo avverto anche come politicamente molto forte. I casi in cui la performance è interattiva è proprio per sottolineare questo paradigma che c’è sempre e non tanto per mettere in atto una dinamica di gioco. Inoltre aprirsi alle scelte dello spettatore vuol dire essere pronti alla variabile, mettersi a rischio come artisti, mettersi a nudo.

Penso che nel caso di CollettivO CineticO, il coinvolgimento non sia stato graduale. Già nei nostri primi lavori era evidente questo interesse, forse all’inizio era molto più drastico. Penso a spettacoli come D- monoscritture retiniche sull’oscenità dei denti in cui accartociavamo i programmi di sala e li davamo agli spettatori, tutto il tempo venivano accecati, veniva messo alla prova il loro guardo con l’idea di invitarli in un percorso tortuoso da compiere insieme. Oppure a un progetto del 2010 The Uncertain Scene: reformatting the performative event, l’idea era una trasposizione del principio di indeterminazione di Heisenberg, per cui lo sguardo dello spettatore influenzava la scena. Nel mondo subatomico il principio è che l’osservazione influenza l’oggetto osservato, per cui misurare qualcosa modifica l’oggetto della misurazione cioè non potrai mai osservare qualcosa senza averla cambiata.

Erano esperimenti drastici, gli spettatori facevano una sorta di percorso a ostacoli che poteva essere potenzialmente infinito, poteva durare mesi. Poi secondo me si è ammorbidito il coinvolgimento con la maturità, è sempre presente ma meno violento.

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Collettiv0 Cinetic0 si ritiene una compagnia che gravita abusivamente nei territori della danza contemporanea. Secondo voi, da chi è composto il pubblico della danza contemporanea di oggi? Chi viene a vedere i vostri spettacoli? Si tratta del pubblico tradizionale della danza o riuscite ad attrarre pubblici diversi?

Il nostro pubblico secondo me non coincide al 100 % con il tipico pubblico della danza contemporanea, premesso che la danza contemporanea ha il problema di essere di nicchia talvolta (anche se dipende dal contesto che accoglie gli spettacoli), rischi di avere a che fare con un interlocutore che parla esattamente la tua lingua, per cui sono critici, operatori, e questo tende a generare un’asfissia linguistica, nel senso che ci capiamo sempre di più solo tra di noi. Per me la sfida è sempre stata invece quella di aprire questa possibilità e non pensare allo spettatore come il mio collega. Voglio sperare che il nostro pubblico sia un po’ più anomalo. C’è un pubblico abbastanza giovane che viene e va via contento e non è scontato.

Alcuni lavori fanno fatica ad attecchire con un certo tipo di pubblico. Forse il fatto che ci sia un coinvolgimento un aspetto ludico e giocoso aiuta, magari è una sfaccettatura che innesca quel meccanismo. Inoltre ci sono livelli diversi a cui accedere al lavoro, tra cui molto pop. Mi piace che i nostri spettacoli siano apprezzati dai non addetti ai lavori, penso sia una cosa molto sana e non sia per forza un sintomo di populismo o popolarità cioè un rendersi comprensibili a tutti i costi. Ho molta stima degli spettatori dall’altra parte, non penso si debbano fare le cose facili per attirare il pubblico o per avere accesso a più persone, vanno benissimo le cose molto difficili. Bisogna pensare che stai interagendo con qualcuno e invitarlo nella cosa difficile come tollerare il fatto che alcune zone siano difficili.

Secondo me è pericoloso pensare che ci sia solo un tipo di pubblico a cui arrivare. Sono molto felice quando parlo alla persona improbabile, improbabile anche rispetto alla mia aspettativa. Che sia necessario? Credo che forse a chi è giovane possa essere necessario vedere i nostri spettacoli vorrei che parlasse a chi non pensava di amare il teatro o la danza: agli improbabili. Però come fai a parlare agli improbabili? Può essere un urlo al vento.

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Da diversi anni siete in residenza presso il Teatro Comunale di Ferrara. Che relazione avete con il pubblico di questa istituzione e soprattutto ritenete di aver incoraggiato un pubblico nuovo ed eterogeneo a venire al Comunale? 

Durante gli anni ho visto un cambiamento rispetto agli spettatori che ci seguono al Teatro Comunale di Ferrara, in termini innanzitutto di quantità, forse dovuto al fatto che all’inizio non ci conoscevano bene. Ferrara è una città abbastanza scettica rispetto ciò che può creare un sisma da un punto di vista culturale. All’inizio non era scontato, mentre poi pian piano si è creato un pubblico, anche quelli più restii hanno collezionato delle chiavi per capire le cose “strane” che facevamo, a cosa si riferivano.

Sono contenta degli spettatori che talvolta vengono anche dalle scuole superiori, facciamo diverse attività di formazione nel territorio con gli adolescenti. Molti di questi adolescenti sono diventati abbonati, non volevano fare gli artisti ma sono diventati spettatori e questo per me è un traguardo forse più importante rispetto coloro che hanno intrapreso la carriera di danzatori.

I progetti spesso sono molto inclusivi, quindi ti ritrovi non solo a vedere qualcosa ma a metterci le mani dentro.
Adesso la nostra convenzione scade a dicembre e non è stata rinnovata.
La posizione del teatro di Ferrara è stata riconosciuta spesso come virtuosa per il fatto di averci in residenza ma non so cosa accadrà adesso. Spero che questa vocazione per il contemporaneo rimanga anche con la chiusura della nostra convenzione e non si perda quello che si è seminato, ad esempio rispetto al taglio delle programmazioni.

 

Secondo voi quanto è importante per certe tipologie di istituzioni culturali accogliere artisti di natura diversa e favorire una diversificazione del pubblico? (Con i pro e contro che questo comporta!)

Un’istituzione culturale non può essere una bolla sconnessa dal territorio, il rapporto con il territorio deve essere sinergico. Ma è bene che venga anche un pubblico da fuori, perché crea uno specchio per la città anche rispetto ai valori di riconoscimento che quella comunità possiede. Una lotta tutta italiana da fare rispetto tanti ambiti culturali è non mettere un muro generazionale, rispetto al contemporaneo quindi e a tutto ciò che non è la tradizione.
Anche nell’ambito teatrale è importantissimo dare il valore al contemporaneo proprio in quei contesti più tradizionali. Non trovo sia necessariamente coraggiosa come operazione, ma penso sia intelligente e utile per l’istituzione e non beneficenza rispetto ai giovani. Per questioni anagrafiche il pubblico di certe istituzioni si sta estinguendo, nel senso che a breve non ci saranno più alcuni abbonati quindi è già molto pragmatica come necessità, ma penso sia importante come segno di apertura culturale, anche negli ambiti più tradizionali come quello dell’opera: proprio lì va inserito l’elemento di pensiero altro.

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Una delle vostre ultime creazioni proprio per il Comunale di Ferrara è stata Cinetico Voodoo in cui avevate l’intenzione di approfondire e rimettere in discussione cosa significa comunicare a distanza anche attraverso tecnologie e strumenti a cui tutti noi abbiamo ricorso negli ultimi mesi. Il ricorso al digitale crea nuovi innesti di fruizione e spazi inediti per la performance, che impatto hanno questi aspetti nel processo di creazione del vostro lavoro? Cosa avete capito da quest’ultimo lavoro?

Secondo me non è stata una conclusione diretta di questa esperienza ma fermentata durante e forse all’origine. Credo che siamo molto indietro rispetto all’assorbimento di strumenti che usiamo tantissimo, rispetto allo sguardo critico, allo sviluppo di una consapevolezza del come li usiamo. Magari c’è una consapevolezza tecnica (riesco a usare quel dispositivo tecnologico), ma applico le stesse modalità che ho senza quel dispositivo prescindendo dal fatto che il contesto è diverso e quindi anche le modalità di comunicazione sono diverse.

Questo è successo con le arti performative quando con il lockdown si è scatenata la voglia di fare tutto online ma è diventata una traduzione un po’ acritica sul cosa significa quella dimensione, che risorse può offrire effettivamente. Sterilizzando il fenomeno performativo ma anche il potenziale di quella modalità che sia dal punto di vista filosofico ti mette nella posizione di domandarti qual è la necessità della presenza? Come influenza la vera presenza? Come si può modificare? Quali forme di virtualità sono presenti anche senza i dispositivi? E che tipo di calore e di empatia si può trovare nel momento in cui si ha un distacco?
Cinetico Vodoo è stato un tornado di complessità tecnologica (eravamo diventati una specie di sede della RAI!); non sono lucida ancora per raccogliere il decantato. Posso dire che creare con degli artisti a distanza mi sembrava impossibile e invece è stato molto fertile, diretto, vero. Non ho sentito l’alienazione che temevo fosse un pericolo del fenomeno. Anzi il fatto di condividere con qualcuno che è lontano qualcosa di così intimo come creare insieme ha creato un gancio molto forte.

Non si trattava di fare nonostante la telecamera ma capire l’anatomia di questo corpo tecnologico, quel corpo lì può parlare in un certo modo, a certi ritmi, a certe variabili a certi imprevisti! Magari il viso è pixellato e l’anatomia di quel corpo è un viso pixellato in quel momento.

Lo sguardo dello spettatore l’ho sentito invece come la cosa più pericolosa. Se tutti gli artisti coinvolti avevano una dimensione forte, non era lo stesso per lo spettatore che guardava il fenomeno via facebook o YouTube. Ho sentito il pericolo di quel distacco empatico che permette la potenziale cattiveria, che poi non c’è stata! Però anche nel modo in cui arrivava il commento positivo era un commento con un potere diverso da quello che ha uno spettatore che è nel gioco con te, che è in pericolo con te perché è lì con te, invece sei molto sicuro da casa, e su questo bisogna lavorarci, perché non puoi essere così sicuro, è pericoloso!

Intervista di Massimo Finistrella 

Si ringraziano

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